C’era una volta Elena, una donna dagli occhi fieri ma stanchi, che una notte decise di scappare dal rumore e dalle amarezze di un marito che non sapeva cos'era il rispetto. Prese per mano la sua piccola Chiara e, con nient’altro che una coperta e un vecchio zaino, salì verso le vette di Picinisco, dove le Mainarde toccano il cielo.
Si rifugiò in un vecchio stazzo di pietra, tra le
nuvole e il silenzio. Ma il silenzio, in alta quota, non è mai vuoto. Una sera,
mentre Chiara dormiva, apparve sulla soglia un’ombra strana: aveva gambe
coperte di pelo irsuto e zoccoli che non facevano rumore sul granito. Era il Dio
Pan, l’antico protettore dei boschi.
“Non temere, straniera,” disse Pan con
una voce che sembrava il fruscio del vento nei faggi. “Qui la montagna non
giudica, la montagna accoglie. Ti insegnerò l'arte del latte, affinché tu possa
nutrire tua figlia e la tua libertà.”
Pan le portò un piccolo gregge di capre Grigie Ciociare e pecore Comisane. C’era la capra Nuvola, che saltava più in alto di tutte, e la pecora Gemma, che stava sempre vicina alla piccola Chiara come una balia.
Il Dio Pan insegnò a Elena i segreti che solo i
sognatori conoscono:
- Le mostrò
come usare la Caldara sul fuoco di legna, scaldando il latte crudo
con la pazienza che si usa per le cose sacre.
- Le diede
il caglio di capretto che lui stesso preparava, capace di dare al
formaggio un carattere piccante e fiero, proprio come l'anima di Elena.
- Le
insegnò a impugnare lo Spruoccolo (il bastone di legno) per
rompere la cagliata in chicchi piccoli come sogni.
Elena non faceva forme giganti e pesanti come
quelle della pianura; il suo Pecorino di Picinisco doveva essere come lei:
agile e forte. Creava piccole forme che entravano perfettamente nelle Fiscelle
di giunco, facili da trasportare e preziose come scrigni.
Ogni mattina, mentre il sole sorgeva dietro il
Monte Meta, Elena accarezzava la crosta delle sue formaggette, strofinandole
con amore. Non erano solo formaggi; erano la sua nuova vita. Sentiva il profumo
del timo selvatico e della camomilla che le sue bestie mangiavano tra le rocce,
e sapeva che ogni morso di quel cacio avrebbe dato forza a Chiara per crescere
libera.
Il Dio Pan, seduto su un masso poco lontano,
suonava il suo flauto. Quella musica proteggeva lo stazzo, tenendo lontani i
lupi e i ricordi tristi. Elena aveva trovato la sua pace: tra una fiscella
e un bacio alla sua bambina, era diventata la Regina delle Mainarde, producendo
un pecorino che sapeva di libertà, di fiori d'alta quota e di una rinascita che
profumava di latte.
“E così finisce la fiaba… ma il sapore resta.”
Casara Minai ©
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