🧀 Le Fiabe del
Casaro
Introduzione
C’era una volta… il formaggio.
Non quello che si compra in fretta al supermercato, ma quello che nasce piano,
tra stalle, pascoli e mani sapienti.
Le Fiabe del Casaro sono piccole
storie inventate, semplici come una favola da raccontare a un bambino.
Ogni racconto nasce da un formaggio DOP italiano: l’Asiago delle montagne, il
Parmigiano delle pianure, la Mozzarella delle bufale campane e tanti altri.
Sono storie di vacche e casari, di pecore
testarde e bufale curiose, di monaci e pastori.
Non servono per insegnare, ma per sorridere, ricordare e assaggiare con la
fantasia.
Perché ogni formaggio ha un gusto, ma anche una
storia da raccontare.
Il Mugito di Benito e il Figlio di Latte
Negli anni ’70, a Malga Camporosato,
sull’Altopiano di Asiago, l’aria del mattino non portava solo il profumo del Tarassaco
e dell’Erba Mazzolina. Portava un suono che faceva tremare i vetri della
casara: era il richiamo di Benito.
Quando Benito cercava il figlio, non usava mica
un fischietto. Tirava fuori un urlo così profondo e potente che sembrava il
muggito di una vacca incattivita. «MIIIIIIIRCOOOOOOO!»
Mirco, che era un monello di prima categoria, arrivava
correndo, con le ginocchia sbucciate e il fiato corto. Benito lo aspettava
davanti alla Caliera fumante, indicando le forme appena messe nelle
vecchie fasciere in legno.
«Varda qua, Mirco,» diceva Benito, improvvisamente serio. «Questo non è solo latte e sale. Questo è Formaggio d’Allevo. Sai perché lo chiamiamo così?» Mirco scuoteva la testa, ancora distratto da una lucertola vista poco prima. «Perché una forma di formaggio è come un bambino,» spiegava Benito con le mani grandi appoggiate ai fianchi. «Non basta farla. Bisogna allevarla. Va curata, girata, pulita e ascoltata ogni giorno, finché non diventa grande e prende il suo carattere. Se la trascuri, cresce male. Se la ami, diventerà un Re».
Ma proprio mentre Benito spiegava il sacro rito
dell'allevamento, ecco un risolino acuto. Lo Spino era sparito di nuovo.
Da dietro un secchio di siero spuntò il Salbanello, il folletto rosso
dell'Altopiano.
«Benito, tu parli troppo!» ridacchiò il
Salbanello. «Dici che è come un bambino? E allora lasciagli un po' di spazio
per giocare!» Prima che Benito potesse lanciare un altro dei suoi muggiti, il
folletto prese una cannuccia di paglia e cominciò a soffiare
"allegria" dentro la pasta bianca dell'Allevo.
Puf... puf... puf...
«Fermati, spirito dispettoso! Mi rovini
l'educazione della forma!» gridò Benito, mentre Mirco ridacchiava sotto i
baffi. Ma il Salbanello era già sparito, lasciando lo Spino appeso a un gancio.
Benito, sospirando e imprecando in dialetto,
portò le forme in magazzino. Lì, per mesi, le "allevò" con la
pazienza di un padre: le voltava, le carezzava, controllava che il freddo
dell'inverno non le facesse soffrire.
Quando finalmente l'Allevo fu pronto, Benito
tagliò la prima fetta. La pasta era viva, con l'occhiatura che il
Salbanello aveva regalato soffiando. Mirco ne assaggiò un pezzo e guardò suo
padre: «Papà, avevi ragione. È cresciuto proprio bene!».
Ancora oggi, a Malga Camporosato, si dice che
l'Asiago d'Allevo sia così buono perché ha avuto due maestri: la disciplina di
un padre come Benito e la fantasia di un bambino come il Salbanello.
“E così finisce la fiaba… ma il sapore resta.”
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