🧀 Le Fiabe del
Casaro
Introduzione
C’era una volta… il formaggio.
Non quello che si compra in fretta al supermercato, ma quello che nasce piano,
tra stalle, pascoli e mani sapienti.
Le Fiabe del Casaro sono piccole
storie inventate, semplici come una favola da raccontare a un bambino.
Ogni racconto nasce da un formaggio DOP italiano: l’Asiago delle montagne, il
Parmigiano delle pianure, la Mozzarella delle bufale campane e tanti altri.
Sono storie di vacche e casari, di pecore
testarde e bufale curiose, di monaci e pastori.
Non servono per insegnare, ma per sorridere, ricordare e assaggiare con la
fantasia.
Perché ogni formaggio ha un gusto, ma anche una
storia da raccontare.
C’era una volta a Enna, la città così alta che i
casari dovevano scostare le nuvole per vederci dentro il paiolo, un uomo di
nome Mastro Turiddu. In quel tempo, una grande tristezza era caduta sul
palazzo reale: la regina Adelasia non sorrideva più. Diceva che il mondo era
diventato grigio come la lana sporca delle pecore.
Re Ruggero, disperato, chiamò Turiddu:
"Mastro casaro, tu che lavori il bianco latte, trova un modo per riportare
il sole a tavola, o la regina si spegnerà come una candela al vento!"
Turiddu tornò nel suo caseificio e guardò la sua Tina (il grande contenitore di legno). Le sue pecore
avevano mangiato il Cardo selvatico e la Lupinella tra le rocce, producendo un latte profumato di vento e di vette. Ma il latte era bianco, troppo bianco.
"Ci vuole un miracolo," pensò Turiddu.
Allora andò sulle colline e raccolse la Zafaràna (lo zafferano), l'oro
rosso che nasce dai fiori viola. Ne sciolse un pizzico nel latte caldo e... Patatrac!
La nuvola bianca diventò istantaneamente un mare d’oro fuso.
Con il suo Minnalu (il bastone di legno
con la testa tonda), Turiddu iniziò a rompere la cagliata in chicchi minuscoli.
"Gira e rigira," cantava, "che il sole si fermi nella mia
tina!" Poi aggiunse dei grani di Pipi nìuru (pepe nero).
"Questi sono i piccoli dispetti della notte, che servono a far risplendere
ancora di più il giorno!"
Estrasse la massa dorata e la strinse nelle Cavagne
(i canestri di giunco intrecciato), che lasciarono sulla crosta il segno dei
raggi del sole.
Quando la regina Adelasia vide apparire il Piacentinu
Ennese, così giallo e vibrante, i suoi occhi brillarono. Ne mangiò una
fetta e sentì il sapore dei pascoli alti, il calore dello zafferano e il
pizzico allegro del pepe. Sorrise così forte che il grigio sparì da tutta la
Sicilia.
Da quel giorno, il Piacentinu non è più solo un
formaggio, ma un pezzetto di luce che i casari siciliani preparano per
ricordarci che, finché c'è un prato e un pizzico di zafaràna, il sole non
tramonterà mai davvero.
“E così finisce la fiaba… ma il sapore resta.”
Casara Minai ©
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