🐃 Bufala Campana DOP / Don Pasquale e le Perle di Fiume

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🧀 Le Fiabe del Casaro

Introduzione

C’era una volta… il formaggio.
Non quello che si compra in fretta al supermercato, ma quello che nasce piano, tra stalle, pascoli e mani sapienti.

Le Fiabe del Casaro sono piccole storie inventate, semplici come una favola da raccontare a un bambino.
Ogni racconto nasce da un formaggio DOP italiano: l’Asiago delle montagne, il Parmigiano delle pianure, la Mozzarella delle bufale campane e tanti altri.

Sono storie di vacche e casari, di pecore testarde e bufale curiose, di monaci e pastori.
Non servono per insegnare, ma per sorridere, ricordare e assaggiare con la fantasia.

Perché ogni formaggio ha un gusto, ma anche una storia da raccontare.

 Don Pasquale e le Perle di Fiume

Nelle terre umide e nebbiose intorno a Capua, sul finire dell'Ottocento, quando le strade erano ancora di terra battuta e la luce elettrica era un sogno lontano, regnava nel suo caseificio Don Pasquale.


Il suo "regno" era un casone di pietra e legno, che profumava di fumo di legna e latte caldo. Prima dell'alba, alla luce tremolante di una lanterna a olio, Don Pasquale era già sveglio. Le sue mani, diventate dure come il cuoio per anni di lavoro, accarezzavano le teste scure delle sue bufale. Erano bestie antiche, possenti, che amavano sguazzare nei fanghi del fiume Volturno, mangiando canne e erba di palude.

"Il latte di queste signore è oro liquido," diceva Don Pasquale al suo garzone, Ciccio, un ragazzino che imparava il mestiere guardando e tacendo.

Il momento della magia accadeva quando il sole non era ancora alto. L'acqua bolliva in enormi caldai


di rame
appesi sul fuoco vivo. Don Pasquale versava l'acqua bollente sulla cagliata dentro un mastello di legno (la Tina). Non c'erano termometri: la temperatura la sentivano le sue mani, ormai abituate a quel calore impossibile.

Con un bastone di legno (ruotolo), iniziava a tirare la pasta. La filava, la allungava, la faceva diventare un nastro lucido che rifletteva la luce della lanterna.

Poi, iniziava la danza. Don Pasquale e Ciccio si mettevano uno di fronte all'altro. Con un gesto antico, rapido e preciso come un colpo di spada, il pollice e l’indice di Don Pasquale "mozzavano" la pasta: Zac! Ciccio prendeva al volo la sfera bianca e la tuffava nell'acqua fresca: Pluf!

Zac! Pluf! Zac! Pluf! Era la musica del mattino di fine Ottocento.

Si racconta che un giorno, un ricco signore arrivato da Napoli in carrozza, vestito con giacca e cravatta, entrò nel casone storcendo il naso per l'odore di fumo e di stalla. "Voglio il formaggio più raffinato che avete," ordinò. Don Pasquale, con le maniche di camicia arrotolate e le mani rosse, prese una mozzarella ancora tiepida dall'acqua e gliela porse senza dire una parola. Il signore ne staccò un morso. Il latte dolce gli esplose in bocca, sapido e morbido. Chiuse gli occhi e per un attimo non sentì più la puzza di fumo, ma solo il profumo dei fiori di fiume e la freschezza dell'acqua. Riaprì gli occhi, si tolse il cappello davanti a Don Pasquale e disse: "Mastro, questa non è roba da contadini. Queste sono perle che nemmeno la Regina Margherita possiede."

E Don Pasquale, asciugandosi la fronte col braccio, sorrise sotto i baffi.

“E così finisce la fiaba… ma il sapore resta.”

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